Sulla questione dell’Unicità Divina

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 Digibu

Descrizione

In principio l’Uomo conobbe una sola Divinità, cui s’identificava totalmente. Questo senso di unità col Principio della Creazione lo portava a sentire il flusso della vita come un tutt’uno. Ed è per questo che varie tradizioni culturali – in particolare quella mesopotamica – c’insegnano come una volta uomini, animali e piante parlassero all’unisono, avendo appreso una sola lingua. Venuto meno l’afflato unitario primevo, a causa del desiderio di conoscenza del bene e del male, l’Uomo cadde letteralmente nella mondanità; ma nel contempo trovò da sé un mezzo onde sfuggire interiormente ai miraggi illusori del Tempo Corruttore, le cui volute incantatorie erano dagli antichi simboleggiate attraverso le spire della Serpe. Mediante la meditazione riottenne però dentro di sé quella serena contemplazione del Divino che gli era stata propria, in forma spontanea, nei giorni paradisiaci trascorsi in una terra ai confini del mondo; ma che, in seguito, era parsa sfuggirgli nello sforzo titanico di evolversi sul piano materiale. Per mezzo di tale nuova attività interiore, l’Uomo è giunto man mano alla consapevolezza che nella Divinità era possibile distinguere varie ipostasi, senza per questo alterare il senso dell’Unicità Divina.

Codesto scritto s’inoltra appunto per i sentieri che da quell’Unità Divina primordiale ci hanno condotto sino alla fede cieca odierna, analizzando dapprima l’idea di Trinità nel mondo cristiano e prima di esso; poi la rilevanza del concetto di ‘Parola Perduta’ in Massoneria, mostrando coll’aiuto di un illustre scrittore quale sia il vero significato del conseguire intimamente lo stato spirituale di ‘Grande Architetto’. Dopo una digressione sulle colpe diluviali, che tanto hanno segnato la nostra cultura in passato, lo scritto si addentra alfine nei meandri tortuosi della distinzione fra Rivelazione e Tradizione, spiegando nel frattempo gli aspetti segreti del Ciclo Avatarico e le loro connessioni col presente storico.

GiuseppeAcerbi©

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